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LA RESILENZA




La resilienza −dal lat. Resilĭens. Resilīre ‘rimbalzare: re-’ salīre ‘saltare− in psicologia è considerata la capacità individuale di far fronte alle avversità della vita.

Sorge spontaneo domandarsi quali siano gli eventi determinanti questa caratteristica della nostra mente, che sono alla base delle diverse strategie di risposta che ognuno di noi attua nei difficili momenti che incontra nella vita. Anche per la resilienza, come per la maggior parte delle qualità: normali e patologiche della nostra mente, è lecito considerare, come confermato anche dalla scienza, che ci sono predisposizioni genetiche unitamente ai diversi stili di attaccamento e apprendimento che abbiamo acquisito dalla nascita e durante l’infanzia. Essi sono gli elementi cardine, i quali forgiano la struttura della nostra personalità, che ovviamente continua il suo percorso evolutivo per tutto il ciclo della vita.

Pongo un esempio per rendere meglio quanto esposto. Due fratelli cresciuti nella stessa famiglia, di fronte ad un evento penoso come potrebbe essere la separazione dei loro genitori, spesso reagiscono in modo completamente differente. Ad esempio uno potrebbe, se pur con non poco dolore, percorrere tutte le fasi della “perdita” che conseguono tale evento, per poi riorganizzare il proprio percorso di vita, instaurando una buona mediazione con entrambi i genitori. Al contrario l’altro, potrebbe sviluppare un comportamento ansioso-depressivo in risposta al trauma e quindi “re-silire, andare indietro” con tutte le conseguenze comportamentali derivanti dalla situazione psicopatologica che si è creata. Da ciò possiamo lecitamente dedurre come siano responsabili fattori ereditari e ambientali, a parità di condizioni familiari, con cui l’uomo fina dai suoi arbori affronta le avversità della vita.

Un altro fattore altamente significativo circa la resilienza riguarda l’autostima. In effetti, la capacità di credere nelle proprie potenzialità è la “conditio sine qua non” per affrontare tutti gli eventi della vita, non soltanto quelli ostili e drammatici. Per questa qualità psichica, giocano senzaltro a suo favore più fattori ambientali che non ereditari. Consideriamo l’ambiente familiare in cui sono cresciuti i due fratelli in questione. Supponiamo che il primogenito sia stato quello accolto con maggior entusiasmo, non perché dai secondigeniti i figli si accolgano con minor amore, ma con il primo c’è una naturale maggior emotività dovuta ad un’esperienza fino allora sconosciuta. Non per questo, però è dato per scontato che egli sarà colui che avrà una maggior autostima, una più forte struttura di personalità e quindi maggior resilienza rispetto al/ai fratelli. Assolutamente sbagliato se si pensasse in questo modo. Al contrario il fratello potrebbe essere meglio strutturato, poiché essendo il secondo nato, i genitori siano stati meno apprensivi e non abbiano riposto in lui le aspettative che gran parte dei genitori impongono, più o meno inconsciamente, ai primogeniti passivizzandoli ai loro voleri e creando loro una scarsa autostima il più delle volte responsabile di possibili disturbi psicologici tra cui la scarsa resilienza.

Oltre agli aspetti insiti nell’individualità, è opportuno considerare anche le dinamiche sociali in cui l’individuo si sviluppa. E’ imprescindibile tale aspetto comunitario, poiché il senso di comunità e la rete sociale in cui nasciamo e viviamo sono fattori indissolubilmente predittivi di come affiniamo la nostra autostima e la nostra capacità di far fronte alle avversità con la sicurezza di poter contare sul gruppo sociale di appartenenza. Questo è tanto più vero quando si verificano eventi naturali come alluvioni, terremoti, uragani etc. Valga da esempio il saggio proverbio che recita: l’unione fa la forza, non dimenticando mai che l’uomo è per sua natura, come asseriva Aristotele più di due millenni fa, un animale sociale.

Molto importante è non considerare le persone con scarsa resilienza fragili, stigmatizzandole: ”Deboli o, peggio, poco intelligenti”, in quanto tali persone con opportune tecniche di psicoterapia intraprese con professionisti esperti, possono senz’altro aumentare la propria autostima o comunque intervenire sui diversi fattori che interagiscono in modo disfunzionale sulla capacità di reagire alle difficoltà. Fortunatamente, come dimostrato dalle moderne ricerche di neuroscienze, il nostro cervello è modificabile data la plasticità dei suoi miliardi di neuroni e sinapsi, dalla parola e non soltanto dagli psicofarmaci che pure hanno, a seconda dei casi, la loro importanza. E’ sempre utile ricordare di cancellare dalla nostra memoria il luogo comune: “Io sono fatto così e non posso farci nulla”. Sbagliatissimo, questo non fa che aumentare le nostre convinzioni di auto sfiducia e, come un cane che si morde la coda, trattenendoci in una situazione di stallo che non ci porterà mai da nessuna parte, facendoci perdere le bellissime opportunità che la vita ci offre. I nostri comportamenti disfunzionali possono essere cambiati o almeno modificati, in modo il più possibile funzionale ad un sano adattamento, in primis con noi stessi e poi con il mondo affettivo e sociale con cui interagiamo per tutta la nostra vita.

In conclusione affermo che la persona maggiormente resiliente è quella che ha avuto la possibilità di uno sviluppo psico-affettivo, psico-cognitivo e sociale tra loro sufficientemente integrati, oltre che dal bagaglio genetico ingenito in ogni essere. Importante, inoltre, la possibilità di poter giudicare sempre con equità non solo i benefici, ma anche le esperienze d’inciampo che inevitabilmente s’incontrano nel percorso di vita, sia nel rapporto con gli altri, sia a livello personale e sia quelle di carattere naturale che immancabilmente coinvolgono il singolo e la comunità sociale in cui vive.


Dottor Francesco Granelli